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Maria Antonietta Spadaro

Sappiamo che per Paola Boni disegnare e dipingere è un’esigenza insopprimibile. Perché succeda questo ad alcune persone è un mistero. Ma per fortuna succede.

La Boni indubbiamente osserva ciò che la circonda con occhio molto attento  e, direi, affettuoso. Ma questo non basta a costituire  un’espressione d’arte a pieno titolo.

Il modo di tradurre l’osservazione della realtà nei suoi pastelli e olii appare, ad una prima impressione, velato di ingenuità e stupore. Dopo ci si rende conto che siamo stati catturati in un gioco: proprio un gioco è, infatti, quello di farci riscoprire e riconoscere le cose quotidiane che conosciamo benissimo, siano nature morte di oggetti  comunissimi,  siano automobili  e veicoli posteggiati  in città o in luoghi diversi.

Quando parliamo di “nature morte” non possiamo non pensare alla Canestra di frutta  di Caravaggio. Ebbene, immaginiamo per un attimo la mela caravaggesca con il bollino di qualità, proprio come la mostra Paola Boni, invece egli la dipinge bacata. Anche quello era un modo “iperrealista” di una rappresentazione che superava la consuetudine della perfezione accademica. Sono passati secoli e la natura morta ha fatto tanta strada dopo Caravaggio e i fiamminghi, dall’impressionismo ai Fauves al cubismo, da Morandi a Guttuso alla pop art  e così via. Artisti e movimenti hanno trasmesso la loro esperienza esistenziale  attraverso l’accumulo degli oggetti più vari, nei modi e negli stili più diversi.

Oggi, nel complesso panorama della “rinata” pittura, la resa iperrealista  sta vivendo  un momento di notevole  impulso. Mentre la fotografia cerca a volte effetti particolari che tradiscano la fredda “obbiettività  dell’obbiettivo”, alcuni artisti cercano, attraverso  gli accorgimenti  tecnici  più sofisticati, di rendere con assoluta fedeltà l’immagine colta dalla retina. Nell’era del digitale, delle immagini ad altissima  risoluzione, Paola Boni si compiace di trovare,  attraverso l’uso magistrale sia del pastello – tecnica antica e duttile –  che della pittura ad olio, assonanze iperrealiste con il mondo che ci circonda. Una realtà colta con i suoi specifici connotati della “cultura di massa” d’oggi; ma le forme che vediamo non risultano irrigidite e pietrificate da una tecnica che tende a superare l’espressione personale. Si tratta anche di fattori antropologici che l’artista volutamente sottolinea, senza sottrarsi al non-valore di certe forme e oggetti, mostrandoli quindi nella loro effimera realtà, pensiamo ad esempio alle bottiglie di plastica o alle lattine.

Queste del resto ci appaiono, come negli spot pubblicitari, nella dimensione straniata e patinata tipica di quella specifica forma di comunicazione visiva. Tuttavia il pastello tradisce o rivela un’emozione altra, cosicchè nei lavori più recenti  si coglie una sottile ironia, che riscatta quella fedeltà “fotografica” del più rigoroso e freddo iperrealismo.

Il tema delle auto è sempre accattivante. Proprio la pubblicità si è sempre scatenata  nell’offrire alle masse dei consumatori il sogno, a portata di mano, dell’ “ultimo modello” automobilistico.  Dalle composizioni domestiche passiamo quindi a quelle urbane. Anche in questo caso le auto della Boni vivono l’ambiente che le accoglie con familiarità: le loro lucenti carrozzerie fanno parte di contesti qualsiasi, direi banali, che, allo stesso modo delle nature morte, ci conducono in quella “realtà” in cui il fenomeno quotidiano viene tradotto in icona del presente. Le inquadrature prospettiche mostrano frammenti di città senza che siano avvenute selezioni a priori, ogni elemento inserito nel campo visivo, dal cartello stradale al semaforo, dalla presenza umana all’edificio  al verde rivendica il suo spazio.

L’auto però è la protagonista della scena, essa è ormai, nel bene e nel male, uno dei miti della nostra epoca: croce e delizia delle masse urbane. Un fatto di costume e di cultura assolutamente ineludibile. Quindi dobbiamo riservare all’auto il rispetto che merita: ecco la sottile ironia di cui si diceva.

Altri temi sollecitano  l’interesse della nostra artista, animali, barche, veicoli industriali, ecc. In essi si rivela sempre acuto il gusto di penetrare nell’immagine attraverso una resa secondo i canoni dell’iperrealismo, senza trascurare nulla dell’infinita  ricchezza delle cose e delle forme: una testimonianza d’amore per il proprio tempo?

Sembra che l’artista colga i messaggi silenziosi che la realtà e il presente, con la loro “foresta di simboli”, ci inviano nell’accanita speranza di essere salvati dalla crudele indifferenza che li trascina nell’oblio,  quell’inganno inconsapevole del tempo.

Maria Antonietta Spadaro